La parola Etnopsicologia, Volkerpsychologie o Folk Psicologie è stata coniata in Germandownload (2)ia nella metà del secolo XIX per indicare lo studio delle relazioni che esistono tra le caratteristiche morali, mentali e intellettuali di diversi popoli, etnie e culture. Il concetto veniva riusato da parte di W. Wundt con significato di studio dello sviluppo mentale generale dell’essere umano, cioè di un’indagine integrata dei fattori costitutivi della cultura di un’etnia o di un popolo: lingua, religione, miti, morale, costumi ecc. tramite metodi psicologici, filologici, storici e antropologici. Oggi questa indagine viene svolta da diverse discipline quali la psicologia culturale, la psicologia transculturale o crossculturale, l’antropologia psicologica e l’etnopsicologia.

L’aspetto più interessante riguardante gli studi etnoclinici concerne l’acquisizione di una idea di fare terapia, che, all’interno delle cosiddette culture tradizionali, implica anche una diversa concezione di ciò che noi siamo soliti definire malattia e cura (Nathan, 1996).

L’etnopsicologia è quindi un’insieme di discipline finalizzate allo studio di culture altre e ad intervenire su di esse attraverso nuovi dispositivi terapeutici.

Lo sforzo dell’etnopsicologia è costituito preliminarmente dalla possibilità di ovviare parzialmente mediante riflessibilità i limiti del proprio modo di organizzare e costruire il mondo (Despret 2001). Non si tratta cioè di guardare soltanto gli altri, ma di guardarsi come altri.

Losi (2004) sostiene che i migranti vivono tra due mondi (considerati) stanziali, mentre loro sono in movimento come anche la loro cultura. Questa condizione dello stare tra due mondi lo rende diverso da un suo connazionale che ha scelto di non migrare, la mente del primo si costruisce diversamente da quella di chi è stanziale. Per questo motivo il lavoro con un migrante deve partire dalla sua odissea dell’immigrazione. Essa permette al clinico di sviluppare ipotesi, opinioni, attitudini e presupposti più accurati in relazione alla sofferenza portata in setting terapeutico, aiuta a identificare e riconoscere l’eventuale ruolo di un processo di acculturazione traumatica oppure di altre difficoltà dovute più al ciclo vitale della famiglia e dello sviluppo dell’individuo.

 Andolfi, Ellenwood e Wendt (1993) pensando alle culture in contatto, parlano dell’insorgenza di una nuova cultura che chiamano la «terza cultura», quella che si crea all’interno del sistema terapeutico mescolando le culture presenti in terapia. Questa «terza cultura» allarga i confini culturali tanto del terapeuta che del paziente, creando uno spazio in cui le questioni della acculturazione diventano più centrali e vive. Anche Losi (2004) che considera l’incontro terapeutico un incontro tra rappresentanti di più mondi, culture, storie familiari, crede nella costituzione di un’altra cultura all’interno del gruppo psicoterapeutico, una nuova cultura che lui chiama «cultura creola». Ciò che è importante per un terapeuta è agire nell’ambito di differenti culture, senza che una ne escluda l’altra.

È attraverso un modo di lavorare clinico, sempre attento alle differenze e senza dimenticare i punti in contatto, che è possibile indagare sia il malessere lamentato come rappresentante di mappe che lo hanno creato e lo mantengono, di relazioni che lo rinforzano, sia il progetto migratorio come costrutto metaforico delle dinamiche, personali, familiari, relazionali e culturali (Telfener ed Ancora 2000).

Aggiungi Commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *